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IL BAMBINO LA MADRE E LA BABY SITTER

(implicazioni psicologiche)

di Vittorio Mendicino e Graziella Ceccarelli

 

Presentazione

    Il seguente articolo affronta le implicazioni psicologiche che giacciono alla base della relazione madre-bambino-baby sitter, partendo da una esperienza di vita vissuta: il primo incontro (al buio) tra un bambino e la baby sitter.

    Per la presentazione abbiamo scelto un modo alquanto originale: come una scena teatrale diamo voce a tutte le emozioni, ansie, sensazioni, angosce e paure, del bambino prima e, della baby sitter poi, facendo emergere, separatamente, due punti di vista diversi per una medesima situazione, questo nel tentativo di facilitare al lettore la comprensione di alcuni fatti importanti che si annidano e a volte si celano dietro le apparenze.

    La scenografia è rappresentata dalla casa del bimbo, i protagonisti sono: la madre, il bambino e la baby sitter.

L’articolo, quindi, si potrebbe dividere in tre “atti”: l’esperienza dell’incontro vissuto dal bambino; poi, il modo in cui la stessa situazione viene affrontata dalla baby sitter e un’ultima parte in cui si descrivono ed analizzano le due esperienze, con le possibili implicazioni psicologiche per il bambino, la baby sitter e nel rapporto madre-bambino.

 

 

Daniele: è un bambino romano di un anno e mezzo alle prese con il suo primo grande dramma: l’incontro con la baby sitter.

Si trova a vivere questa esperienza quasi come fosse una “chiamata alle armi”.

Baby sitter: è una ragazza, studentessa fuori sede, figlia unica, alle prese con la sua prima esperienza lavorativa come baby sitter di Daniele.

 

Il bambino Daniele

    “Suonano alla porta, mi precipito a vedere chi è. Non è la nonna, né l’amica di mamma che viene spesso a trovarla; ma allora, chi è?

E’ una ragazza che non ho mai visto prima; questa mo che vuole? Si sforza di essere simpatica con me, capisco che lo fa per qualche subdolo motivo, prende il mio coniglietto, ma come si permette di toccarlo?

Ha un odore che non mi piace, questa! Mi fa facce strane, forse crede di stare in televisione!

Un momento di distrazione ed ecco che non sento più la voce di mamma. Mi accorgo dell’inganno e la tragedia si abbatte su di me.

Il mio sguardo cerca disperatamente quello di mamma, lo cerco dappertutto, non lo trovo.

Mi avvicino alla porta e gli sbatto contro dei pugni così forti da farmi rimbalzare su quello che un giorno sarà il mio culo, grido: “ma’” perso tra le lacrime. Sono solo con questa che è venuta qui per rubare il posto alla mamma, sono spaventatissimo.

Questa scema continua a toccare e a spostare le mie cose; allora, in preda alla rabbia, prendo il trenino e lo rimetto al suo posto, ma arieccola, adesso tocca Batman, le strappo pure questo dalle mani e lo risistemo per l’ennesima volta dove stava, che insistenza, è proprio invadente e testarda questa. Ma io non mollo e cerco con tutti i pochi dentini di proteggere il mio territorio e i miei “tesori”. Adesso viene verso di me, allargo le braccia e come uno scudo proteggo il mio coniglietto, il mio divano, le mie sedie, la mia culla, la mia libreria, il mio corpo, la mia vita. Tutto ciò che è mio deve rimanere mio e se questa si azzarda ancora una volta a toccare le mie cose, gli tiro la cacca addosso!

Passo da una camera all’altra per vedere se è tutto a posto, ma è difficile controllare con questa che continuamente allunga le mani e tocca le cose che non sono sue, non sta ferma un minuto.

Continua a parlarmi, sento dei “bla, bla, bla…” dappertutto, ma non capisco e non voglio capire; ad un certo punto mi agguanta, non mi lascia libero di muovermi, mi mette le sue manacce addosso.

Ma che vuole? Non sa parlare come la mamma, non ha il suo sguardo, il suo profumo, il suo sapore, la sua voce, né i suoi morbidi capelli. Ma chi è questa? Chi si crede di essere per venire qui e dirmi cosa devo fare, con chi devo giocare, ma soprattutto chi le ha dato il permesso di intromettersi nelle mie cose? Non ce l’ha un figlio questa, invece di rompere a me? Chi le ha dato il permesso?

Da oggi devo controllare meglio il mio territorio e tutte le mie cose. L’altro giorno ho fatto un segno sulla parete, dietro il libro de “Il gatto con gli stivali”, ogni tanto controllo se c’è ancora, ho messo delle molliche di biscotti tra i giocattoli, dei fili di capelli profumati di mamma, poi vado a vedere se sono ancora lì, dove li ho lasciati, sentire ogni volta quell’odore delle mie cose mi rassicura, perché vuol dire che quella non ha toccato nulla.

Corro in un angolo, mi scappa la pipì, la faccio ma lei non deve accorgersene, non voglio.

O mio Dio, eccola, si avvicina, ma come? Anche qui, mi ha trovato, dove sa che non deve avvicinarsi.

Adesso davvero mi sento in pericolo, la mia casa si sta frantumando, anche il mio corpo non è al sicuro, la vedo decisa, a passo svelto, ha cattive intenzioni: si impossessa di me, mi prende di peso in braccio, mi annusa, mi spoglia, mi lava, mi solletica, mi tocca il pisellino, per pulirlo?

Ormai sono sconfitto, ho perso il controllo della situazione, mi sento solo, triste, abbandonato, non ho nemmeno più la forza di piangere. Sono diventato un pupazzolo tra le mani di lei.

    Mi predispongo per guardare meglio, tra le braccia di chi sono capitato, la scruto nei particolari, cerco la sua mano gliela tocco sfiorandola, sento il suo seno appoggiarsi al mio corpo, penso: “quasi quasi mi attacco per ciucciarlo un po’, per vedere com’è, per curiosità!”.

La sento vicina, in fondo non è tanto male! Cerco dei contatti come per fare pace con questa nuova “mamma” dato che la mia vecchia e cara mammina, dopo quello che mi ha fatto non la voglio più vedere; è una traditrice, una poco di buono, merita un figlio che la odia non uno che la ama.

Mi domando perché ha fatto tanto la stronza con me, cosa ho fatto di tanto grave e sbagliato per meritarmi tutto ciò?”.

 

 

La baby sitter

    “Dopo aver indugiato tanto su cosa indossare per questo primo appuntamento di lavoro, arrivo a casa di Daniele, il bimbo al quale dovrei fare da baby sitter; è un appartamento situato nella zona Eur di Roma.

A ricevermi è la mamma, Cristina, una donna sulla quarantina, alta, magra e ben vestita.

Con la coda dell’occhio intravedo il bambino in fondo al corridoio, ha in braccio un coniglietto; che coincidenza anch’io da bambina avevo un peluche simile, un coniglio bianco con gli occhi azzurri.

L’ambiente mi sembra arredato di buon gusto, vengo invitata ad accomodarmi in salone, qui c’è una libreria che occupa tutta un’intera parete e contiene sui ripiani più bassi i giochi e gli oggetti del bambino. Sul pavimento giace, imperterrito, un tappeto, con tracce del bambino, quindi il tavolino e il divano. La cucina, invece, è piccola e arredata in stile moderno, poi, oltre il bagno e la camera dei genitori trovo la stanzetta di Daniele che è tutta azzurra, precisamente in ordine, tutta linda; una cameretta “perfetta”, sembra una di quelle che si possono vedere nei film, dove tutto è messo bene al posto giusto.

La prima sensazione che ho avuto, è stata quella di una casa funzionale e moderna, con genitori moderni.

Io, invece, mi sento fuori luogo, spaesata, ma so che devo mostrarmi sicura, disponibile, allegra e volenterosa, ma a dire il vero, vorrei scappare via. Proprio io che amo affrontare e accarezzare le emozioni e le sensazioni che possono venire da una nuova situazione; questa volta, invece, vorrei solo trovare una scusa per andare via. Mi sembra di dover affrontare un compito più grande di me, è come se mi sentissi in pericolo, è la prima volta che mi trovo a dover fare la baby sitter.

Cristina mi dice sbrigativamente con aria sorridente di come occuparmi del figlio, lo fa in maniera veloce perché è in ritardo. Poi racconta che in palestra ha incontrato un’amica che non vedeva da anni che le ha fatto saltare, prima i programmi che aveva stabilito per poter fare tutto, poi i nervi per non esserci riuscita. “Sai com’è, no? Tra il lavoro, la famiglia, la palestra, gli amici, capita di non riuscire a fare bene tutto!”.

Nel parlare sottolinea più volte il bisogno che ha di uscire per distrarsi un po’, come se temesse di essere imprigionata dalla sua condizione di mamma.

Poi inizia ad elogiarmi, dice che è tranquilla al pensiero di lasciare il figlio con me, mi vede affidabile, capace e sveglia. Mi sento come vincitrice di un attestato di “accreditamento” questo permette di alleggerire il compito sia a me, che alla madre di Daniele. Cristina continua a parlare e mentre lo fa è molto attenta all’immagine del suo viso riflessa nello specchio, si sistema i capelli, un’ultima occhiata al mascara e poi via di corsa. Dentro di me ho pensato: si acchitta come se avesse un incontro galante, ma forse mi sbaglio, magari è frutto delle mie fantasie.

In realtà, dallo sguardo riflesso, ho avvertito una donna allo sbaraglio; ma dove sono i suoi parenti? La sua famiglia? La mamma, la zia, il papà? Perché e come fa a lasciarmi in casa, con tutta tranquillità, ad accudire suo figlio senza sapere nulla di me? Mia madre non l’avrebbe mai fatto!

Poi, si allontana senza salutare il figlio per evitare scenate strazianti di pianto e drammi “inutili”. Ma Daniele non fa nessuna scenata, corre solo avanti e indietro come una trottola, è arrabbiato, ma non vuole farlo vedere apertamente, mi strappa di mano qualsiasi gioco prendo, allarga le sue piccole braccia come a difesa di qualcosa. Percepisco che la mia presenza non è gradita, se fossimo stati coetanei avrebbe esternato il suo malcontento e mi avrebbe cacciata via da casa sua ed anch’io avrei tolto il disturbo volentieri; in questo caso, invece, la differenza di età e di ruolo fa in modo che io non tenga conto, né dei suoi desideri né dei miei, e continuo nell’imporre la mia presenza. Ma lui è come se mi ripetesse in continuazione: “Vai via, vai via, che ci fai qui?”.

Non posso pensare, nemmeno minimamente di avvicinarmi allo scaffale con le sue cose, mi tiene lontana e alla larga dal suo mondo, ambiente, spazio.

Poi, finalmente si calma e approfitto per cambiarlo e  prepararlo per la notte.

Il momento del cambio ha suscitato in me forti sensazioni contrastanti; sono una intrusa, sto invadendo uno spazio molto privato, l’intimità più profonda, metto mano nei segreti intoccabili e sacri.

Allora mi dico no, non posso, senti che puzza di cacca, che schifo la puzza di piscio, non posso farcela e poi non so come si fa; dopo, invece, è subentrato il dovere, mi sono desensibilizzata e sono andata avanti nell’operazione.

Anche Daniele diventa all’improvviso mansueto, come se si fosse arreso d’un colpo, come se avesse ceduto a me e alla mia presenza. Adesso, sembra, più disponibile, è quieto e pacato, più aperto, sembra essere diventato un bambino “normale” e amabile.

Addirittura riesco, senza essere attaccata, a prendere qualche giochino nella sua zona of limits.

    Dopo quella sera, ho rivisto Daniele più volte, due o tre volte a settimana, per quasi un anno.

E’ strano, per una ragazza, per una non-mamma, vedere crescere un bambino e affezionarsi, sapere di contribuire a questa crescita, anche se in maniera parziale e poi pensare di non poterlo più rivedere.

Sorprenderlo addormentarsi sul mio seno, sentirlo confondersi a chiamarmi, per sbaglio, “mamma”, scoprire che ha imparato una parola nuova, o vederlo rincorrermi con le lacrime agli occhi quando devo andar via.

A tratti mi sento responsabile della sua formazione e mi sento legittimata a farlo: la madre non c’è, adesso sono io che devo fare da mamma, da mamma e anche di più, perché devo lottare e combattere per conquistarmi la sua fiducia, per poter comunicare con lui.

Credo di essere riuscita anche bene in questo compito, Daniele mi cerca, è contento di vedermi, abbiamo stabilito un buon rapporto ma questo è stato vissuto malamente dalla madre.

Un bel dì, infatti, Cristina, forse, appunto, perché “ha annusato la foglia”, non ha avuto più bisogno del mio aiuto, dopo quasi un anno di assidua frequenza, il lavoro era terminato, non ho più visto il bambino; tuttavia non passava un giorno in cui non pensavo a lui, e mi domandavo se anche a lui capitava di pensare a me.

    Un giorno sento squillare il telefono: “drin, drin” chi è? Cristina, che, come se non fossero per nulla passati novanta giorni da quando mi ha cacciata perché non le servivo più, mi dice “ciao come stai? Domani sera puoi passare per stare con il bambino….”.

Ci sono andata, anche se come primo istinto avrei voluto dire di no pensando a come mi sono sentita offesa per il modo in cui mi aveva allontanato l’ultima volta.

Daniele, stavolta, mi ha trattato malissimo, non pronuncia più il mio nome, né tanto meno mi guarda. Anche lui si sente offeso, l’ho offeso io!

E’ diverso, cambiato, cresciuto.

Mi sono accorta di essermi persa tanti suoi momenti importanti e che si è sentito abbandonato e tradito ancora una volta ed io mi trovavo a vivere il ruolo di traditrice, pur sapendo di non aver nessuna responsabilità.

Faccio le mie tre ore, quei soldi mi servono, ma è stata una “tortura”, per me ed anche per lui”.

 

 

Il bambino la madre e la baby sitter: analisi della relazione

    La baby sitter di Daniele che, all’epoca dei fatti era una studentessa alle prese con il suo primo lavoro, oggi è una giovane psicologa (Graziella Ceccarelli) che, all’interno di un apposito spazio costituito da una serie di incontri con il dott. Mendicino (psicoterapeuta psicoanalitico), si trova a rivivere e analizzare l’esperienza sopra esposta, inclusi i risvolti inconsci meno evidenti, attivati dalla relazione con il bambino e la madre.

Alla luce di questo lavoro, fatti che prima ci sembravano marginali ed ininfluenti, senza alcuna importanza, oggi ci appaiono importanti e capaci di influire in maniera determinante nell’aspetto evolutivo e nella crescita di un bambino, in quanto capaci anche di frenare o arrestare il sano corso evolutivo.

    Le persone che si prendono cura di bambini piccoli, compiono delle operazioni estremamente delicate e importanti, mettono “mano” nel cuore, nel cervello e nella relazione madre-bambino e le ripercussioni che le eventuali manovre errate possono procurare sono enormi e gravi.

La baby sitter interviene nei gangli vitali del bambino in crescita e questo può portarla a  disturbare le dinamiche della relazione madre-figlio, con il rischio di farla deragliare.

    Questo lavoro presenta dei rischi e delle complicazioni di notevole importanza, ma che non sono spesso palesi e quindi poco considerate nella loro gravità; soprattutto quando la madre, per sue personali posizioni, si trova ad affrontare la maternità in una condizione di debolezza, di ansia, e di solitudine.

Pensiamo che le istituzioni e le autorità abbiano sottovalutato il problema e che non si siano accorti di questi fatti così importanti (forse per fortuna!), altrimenti avrebbero già allestito dei corsi professionali obbligatori e degli albi per tutte le ragazze che vorrebbero lavorare come baby sitter, così come è stato legiferato per l’assistenza alle persone anziane.

Non siamo contrari ai corsi professionali, ma troppe volte siamo stati costretti a constatare che, in realtà questi tornano a vantaggio più per chi li organizza e li tiene che per chi vi partecipa e li segue.

    Ci accontenteremo di accendere delle luci d’interesse e di riflessione sull’importanza della difesa da intrusioni nella relazione madre-bambino, per prendere coscienza della delicatezza e dell’esistenza del naturale terreno minato esistente.

La maggior parte delle madri di oggi, occidentali, mediamente moderne e civilizzate, si trovano ad affrontare e vivere l’esperienza della maternità con molte ansie e preoccupazioni: in età avanzata e spesso in solitudine perché lontane, fisicamente e a volte anche psicologicamente dai propri nuclei parentali, con tanti bisogni sentiti come fondamentali, perché indotti dalla società: avere una ricca vita sociale, una bella presenza, mantenersi sempre in forma, portare avanti un’attività lavorativa che dia soddisfazioni; capita allora di sentirsi smarrite, confuse e soffocate dal peso derivante dalla esperienza emotiva, relazionale ed esistenziale che suscita la nascita e l’allevamento di un figlio.

Quando ci si trova ad affrontarla nel buio della solitudine, senza l’aiuto di un familiare esperto, senza nessuno con cui poter condividere e spartire le preoccupazioni e, dovendo far fronte a tante incombenze (di casa, di lavoro e di vita sociale), può apparire nella mente della madre l’idea di un possibile aiuto: la baby sitter.

I giovani genitori trovano tante occasioni di interesse fuori di casa e si sentono talmente all’antica se non se ne avvalgono grazie a baby sitters (adatte o no) pagate che è facile dire: “oh, il bambino sta benissimo, dormirà” (Guntrip, 1964).

    Questi presupposti possono indurre a commettere degli errori capaci di minare le “cure materne abbastanza buone” (Winnicott, 1958, 1965) e, causare sofferenza che si manifesta sotto forma di incomprensione, atmosfera emotiva tesa e di presenze fisiche estemporanee, che rendono il bambino e la madre fusi in un “abbraccio da senso da colpa” (della madre); dopo il “rituale” dell’abbraccio una forza “tipo uragano” rende i due eclissati, espulsi e separati (con momentanea vittoria del ritorno del rimosso).

A questo livello le “cure materne sufficientemente buone” stanno diventando “insufficientemente buone”.

    L’arrivo di un figlio impone una ristrutturazione sia mentale che del menage familiare; il bambino schiera tutti i suoi bisogni di esistenza e possessività, fino a togliere il respiro alla madre, la quale vive tutto ciò come una minaccia alla sua integrità e a tutti quei sacrifici fatti fino ad allora per conquistarsi uno stile di vita e una posizione mentale mediamente equilibrata.

Lo stato in cui si viene a trovare la donna di oggi, calata in quest’area di maternità, mobilita delle ansie così forti da portarla a gridare: “aiuto, aiuto”.

Uno di questi gridi di “aiuto” può raggiungere, allora, una baby sitter.

    Questi incontri di studio sull’esperienza di Daniele e la baby sitter, ci hanno portato ad individuare degli aspetti utili da conoscere, al fine di prevenire situazioni negative per il bambino, la madre e la baby sitter stessa.

Vogliamo sollevare, dunque, una riflessione sulle competenze che devono essere difese e affinate, riguardanti il ruolo di madre e di baby sitter, evidenziando anche alcuni errori in cui è facile incorrere.

Un errore, quello più facile e a portata di mano, deriva dalla sperimentazione del sollievo che la madre riceve nel momento in cui interviene la baby sitter.

    Con l’arrivo della baby sitter, la madre si riprende un po’ di tempo per sé, per la casa e mentalmente si ritrae dall’area di caos emotivo i cui si era venuta a trovare.

Il rischio in agguato è quello di “lasciarsi andare” e “fare uso” della baby sitter, anziché come aiuto momentaneo, nell’accudimento del bambino (da effettuare sempre con la compartecipazione attiva della madre e sotto la sua guida e responsabilità), come un trasferimento di ruolo e di problemi.

L’aiuto che la baby sitter fornisce, infatti, può essere vissuto e usato dalla madre come una terapia che dà sollievo, alleggerisce dalle angosce e schiarisce il panorama caotico nel quale si trova a vivere. La baby sitter diventa come una medicina, della quale più passa il tempo, più non riesce a farne a meno.

Quando questa situazione si installa definitivamente all’interno della relazione, madre e figlio si allontanano fra loro sempre di più: il figlio cresce assieme alla baby sitter e va avanti, distanziando la madre che rimane, invece, indietro.

La mancata elaborazione e la sottrazione da questi vissuti materni, diventa causa o concausa di una forte incomprensione che si aggira nella relazione madre-figlio (Winnicott, 1951).

    Quando la madre si accorge della lontananza e scopre che suo figlio vive e condivide le esperienze della sua crescita con un’altra persona e che lei non riesce più a raggiungerlo, non sarà più in grado di osservare ed autosservarsi, di elaborare e risanare eventualmente l’ambiente emotivo, evolutivo, ma presa dalla disperazione può agire in maniera sbagliata:  sostituire, in malo modo, la baby sitter, attaccare e incolpare, per un nonnulla il marito, e magari la madre della madre, della madre, della madre, della madre.

A questo livello tali esperienze diventano nucleo di partenza di sviluppi evolutivi disturbati e guastati.

Potrebbe succedere, allora, che il dramma del bambino vissuto durante una sola sera, si trasformi nella tragedia di un’intera vita.

La funzione della baby sitter, nella cura del bambino, deve essere un aiuto e basta, anche se pur sempre un aiuto speciale.

La madre deve rimanere sempre la responsabile, deve supervisionare sulla crescita e viverne i momenti dello sviluppo.

Non deve escludersi in questo, nemmeno un momento, altrimenti, il rischio per il bambino e per la relazione, è un danno evolutivo e relazionale, quello di andare verso angosce, causa di tanti problemi.

    E’ importante che la madre, non si sbarazzi, artificialmente, delle angosce derivanti dall’esperienza materna. Deve piuttosto, elaborarle e magari, farsi aiutare, cercare alleanza e conforto in altre donne madri, possibilmente figure parentali o comunque con chi ne sa realmente qualcosa e conosca, per esperienza, il percorso di una madre (Winnicott, 1957).

La baby sitter deve essere solo una “mano” che si aggiunge alle sue due per aiutarla, ma la responsabilità e il comando di quella “mano” deve restare, sempre, della madre che la deve guidare come meglio ritiene.

La salute mentale è qualcosa che non può esistere se non come frutto di uno sviluppo precedente, è la madre che codifica la salute mentale del bambino durante il periodo in cui si occupa delle cure da prodigargli” (Winnicott, 1958).

La baby sitter che, con il suo lavoro si inserisce nella relazione bambino-madre, svolge un ruolo delicato e importante, molto più di quello che si è portati a pensare, comunemente.

    Quando ci si relaziona con un bambino, si ha a che fare con una grande mobilitazione di emotività, si accendono le inclinazioni materne e le affettività più primordiali, che ogni donna ha; tale esperienza, può attivare un meccanismo capace di indurre la baby sitter alla propria destabilizzazione e ad agire acting aut difensivi (autolicenziamento, far nascere un bambino “in proprio” o al contrario cominciare a prendere la pillola…).

L’errore, invece più comune nel lavoro della baby sitter consiste nel sostituirsi alla madre, sia perché sollecitata dalle richieste ed esigenze del bambino, sia per l’eventuale delega che la madre, in maniera invisibile, sottoscrive.

Questi errori possono deteriorare il rapporto madre-figlio e la sfera affettivo-emotiva della baby sitter.

Ne è una prova il rapporto, appena descritto, di Daniele con la baby sitter.

L’instaurarsi di un legame affettivo ed emotivo tra i due, ha portato la ragazza a sostituirsi completamente alla madre, la quale si trovava sempre più ai margini.

    Daniele, spesso, si rivolgeva alla baby sitter chiamandola “mamma” e anche a lei capitava di pensare al bambino quando non erano insieme fisicamente, preoccupandosi della sua vita. Il forte legame creatosi ha suscitato nella ragazza sensazioni perturbanti, che si sono incuneate nella sua mente distraendola dal suo programma di lavoro e di vita. E’ stato sollecitato in lei, il senso di maternità, in maniera eccessiva, tale da indurla, prematuramente e inadeguatamente alla ricerca dell’”esperienza materna” da una parte e, dall’altra a spaventarla, allontanandosi definitivamente da essa. Quando si è trovata “immischiata” nel rapporto con Daniele, ha vissuto delle fantasie ambigue: si ritrovava a pensare di voler realizzare subito una sua famiglia, partorire e crescere un figlio suo, altre volte, invece, la terrorizzava il solo pensiero di poterne avere, da indurla a pensare, addirittura, di non voler mai avere dei figli.

L’”avventura materna” che la baby sitter ha vissuto, tramite questo bambino, è risultata inadeguata a quelle che erano le sue esperienze di vita, di giovane studentessa universitaria, avendo dovuto inventarsi il fare di una “madre artificiale” con un bambino estraneo. 

Per la baby sitter è stato molto difficile iniziare e instaurare un rapporto con un bambino che non aveva mai visto prima e che assumeva atteggiamenti ostili nei suoi confronti, ha dovuto prima imparare e poi mettere in atto una serie di atteggiamenti che per una madre, invece, risultano naturali.

La baby sitter dovrebbe porsi come se dovesse recitare un ruolo, come un copione da seguire, che le viene dato dalla madre, la sua funzione, dovrebbe essere, quindi, solo quello di mettere in pratica ciò che la madre dirige, lavorare, dunque, per suo conto. 

Se la madre del bambino ha bisogno di una “mano” in più, una terza mano per poter assolvere al compito di madre, lei non può fare altro che mettere a disposizione la sua mano e agire sempre e comunque in funzione delle altre due dirette e controllate dalla madre stessa.

    La baby sitter deve cercare di non disturbare il rapporto madre-figlio, questo significa saper riferirsi in continuazione alla madre, riconoscendole il ruolo di “Capo, Responsabile, Madre, Holding” assoluto, nello sviluppo e nella crescita del proprio figlio.

Dovrebbe occuparsi dei bambini come se si trattasse di un fratello o di una sorella, dove c’è sempre la madre che è presente, anche quando non c’è fisicamente.

Persone che hanno avuto esperienze, in famiglia con fratelli minori o sorelle, sono meglio attrezzate nell’affrontare questo tipo di lavoro.

In questo modo, si può evitare la sollecitazione di tutti quegli aspetti e inclinazioni materne che potrebbero emergere lavorando con un bambino piccolo e che possono sconvolgere anche l’assetto mentale della baby sitter.

 

Vittorio Mendicino - info@psicologiaeterapia.it

Graziella Ceccarelli - graziellaceccarelli@virgilio.it

 

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Bibliografia:

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