| www.psicologiaeterapia.it | Il Caso Nino | home |
|
Sito dello psicologo Vittorio Mendicino di Roma. Tratta di psicoterapia,psicoanalisi,psicologia,disturbi psichici,salute,articoli,ricerche. Offre risorse,indirizzi utili, |
|
orientamento,informazioni,sostegno. |
|
|
IL CASO NINO di Vittorio Mendicino e Graziella Ceccarelli Questo
articolo contiene elementi di più casi clinici corrispondenti a persone
realmente esistenti, ma ricostruiti, raggruppati e a volte modificati negli
aspetti identificativi, mossi anche da un’ottica psicoanalitica, sia per
esigenze espositive che per motivi di privacy. Si ferma per un attimo davanti le scale che portano all’ingresso, poi, come uno scalatore, sembra riflettere un po’ sul percorso da affrontare, sugli ostacoli legati all’andare avanti e al “crescere” e pensa ai pericoli che potrebbe trovare in cima: tutto questo suscita in lui una grande sfida e paura. L’istinto prevale e tutto d’un fiato sale le scale, varca la soglia di casa e ha come una specie di sussulto mescolato a soffocamento; viene assalito violentemente da stimoli: suoni, voci, odori, critiche, che prendono il sopravvento su di lui facendogli salire una forte sensazione di vomito. Apre la
porta della sua “prima” cameretta, la scandaglia accuratamente con lo
sguardo e con il fiuto, come in cerca di comprensione, di rassicurazioni e
di una improbabile pacificazione. Dà prima
uno sguardo veloce d’insieme: tutto è uguale come se fosse rimasto ad
aspettare; ogni tanto sfiora qualche oggetto con le dita, sembra voler
sperimentare se quella stanza funziona ancora come macchina da guerra, come
è stato in passato e vuole verificare se è ancora viva e funzionante. Guarda
il letto, sul quale ha pianto, riso, studiato, sudato, dove si è masturbato,
ricorda che lo faceva, di solito al mattino alle 11 e la sera alle 22,
puntuale come un orologio svizzero, al mattino con la mano destra e la sera
con quella sinistra. E’ il “libro nero”, come lo chiamava allora, contiene i segreti e i suoi più intimi pensieri; sfogliando con lui quelle pagine ritroviamo Nino ragazzetto, con un aspetto di faticosa e sofferente vita pre-adolescenziale. Sbarbato, carnoso, i capelli rasati e lo sguardo sfuggente. Nino, all’epoca, veniva torturato anche dalle sue stesse doti: aveva un intuito sovraumano, sembrava leggesse l’animo umano, con un solo sguardo da lontano. Ma questo, invece, di tornargli utile, gli creava ulteriori sofferenze, infatti, questo suo intuito rigoroso e preciso, funzionava solo per gli eventi negativi e cioè, percepiva le critiche in arrivo e tutte quelle situazioni in cui si sarebbe venuto a trovare in forte isolamento ed esclusione, che poi, puntualmente si verificavano realmente, mentre era completamente cieco ad intravedere situazioni in evoluzione positiva, dove qualcuno poteva trattarlo alla pari. Ha sempre vissuto come un “povero cristo”, si è sempre sentito un indesiderato, interpretava il pensiero degli altri, come espressione di disappunto e disgusto nei suoi confronti, era come se tutti gli dicessero: “E tu che ci fai qui? Chi sei? Che vuoi?”. Non ha mai sentito, né allora, né adesso, di possedere una qualsiasi collocazione, una che fosse buona e sua, ma solo vissuti e sensazioni di essere, sempre e comunque, fuori posto ed escluso. Questi vissuti, lo portavano ad autointerpretazioni devastanti, riguardanti anche il proprio corpo: si considerava brutto, con un fisico da perfetto”imbecille”, la faccia gli appariva strana, da mezzo stupido, si vedeva il pisello troppo piccolo, se lo guardava continuamente, lo misurava con il centimetro, si informava sulle misure dei suoi coetanei, come a cercare la conferma delle sue ridotte misure e la conclusione era sempre la stessa: “Ma dove vado con questo?”. Quel quaderno riporta alla luce tanta sofferenza, tanti bocconi amari, tante insicurezze, tanta rabbia, ma anche qualche lumicino, nel quale poter rintracciare uno spiraglio positivo. Nino, infatti, in quelle immagini di bambino e in quella fase di vita, dove non si erano ancora “conclamati” i disturbi importanti, intravede un ragazzo normale, quasi come una cellula “staminale” ancora integra in tutte le potenzialità e da ciò ne ricava, finalmente un momento di orgoglio, una speranza di possibile e buona evoluzione. Esamina attentamente: sulla parte superiore di una pagina c’è scritto: “Stanotte di nuovo quel sogno con la mamma che viene sbranata da un grande lupo ed io che, invece di difenderla, dico al lupo come fare per sbranarla meglio. Mi sveglio sempre sudatissimo e spaventato, ma poi quando scendo per fare colazione e vedo mamma che è lì, dapprima mi tranquillizzo, poi riscoprendola sempre nervosa e vuota, quella scena del sogno mi si ripropone, in questo caso, però, non sono spaventato né mi sento in colpa, ma solo eccitato nel vederla sbranare dal lupo”. La madre di Nino, Francesca, è una donna che ha avuto una vita difficile. Figlia femmina, tra due fratelli. La madre, Giulia, non l’ha mai apprezzata, ha sempre stravisto per i figli maschi, sparlava, sempre e volentieri, del marito, che lo considerava un incapace.
Francesca, crescendo in quest’atmosfera, sicuramente, si è vista stracciare
i desideri di ragazza e i progetti di madre “sufficientemente buona” (Winnicott
1957); si ritroverà con una femminilità da svendere, avrebbe desiderato
essere un maschio, punire severamente la madre, avrebbe voluto un padre che
prendesse le sue difese e punisse a calci in culo la madre. Francesca si è
sposata per andare via dalla casa materna, perché non ce la faceva più, si
sentiva soffocata, poi, subito dopo essersi sposata, probabilmente ha
cercato di curare il suo vuoto interno, facendo dei figli. Il
pensiero doloroso della madre viene scacciato dalla mente di Nino che
sembra, adesso, rimasto colpito dalla lettura di qualcosa che lo fa
“rabbrividire” per un attimo: “Oggi in classe ci sono state le solite
risatine”. La scorsa mattina, Saraceni, uno dei quattro terribili della classe, mi dà un calcio senza alcun motivo, senza che io gli abbia detto o fatto nulla; vado dalla professoressa e le dico: “Saraceni mi dà calci e mi fa dispetti in continuazione, proprio adesso mi ha tirato un calcio”. La professoressa chiama Saraceni e con tutta calma gli chiede: “Saraceni, tu hai dato un calcio a Giovanni?”, “No, professoressa, io non faccio queste cose!” e la professoressa: “Mi dispiace Giovanni, vai a posto, se lui dice che non ti ha fatto niente io non posso fare nulla”. Quando vado al mio banco, devo passare davanti Saraceni, questo prima scruta bene la situazione, attento che nessuno lo possa vedere, poi mi schiaccia un piede con tutta la forza che ha, mi esce un lamento che cerco di soffocare in tutti i modi e mi metto a sedere, facendo finta che tutto vada bene, assalito dalla vergogna. Provo vergogna, come se fosse colpa mia, mi vergogno di tutto, di non riuscire a difendermi, di piangere, di ridere, di esistere e anche dei miei pensieri che vorrebbero fare una carneficina. Ah, quanto vorrei vederli tutti morti, vorrei che gli sfregiassero la faccia e il cervello; mi prendono in giro perché sanno che non riesco a difendermi perché sono esaurito. D’altronde, la nonna diceva che, il pulcino zoppo, nel pollaio, viene sempre beccato da tutti gli altri”. Il quaderno prosegue con pagine unte dall’odio, dalla rabbia, da lacrime amare e da liquido seminale sparso qua e là, sembra quasi una cartina geografica, dove al posto delle città ci sono i ricordi, più le città sono grandi più i ricordi sono angosciosi e dilagano a dismisura, più le città sono piccole più l’angoscia di Nino si dipana lentamente, con fatica fino a perdersi; dove c’è l’azzurro del mare, è presente, invece, una apparente calma, presagio di temporali sconvolgenti, di conflitti e nuove crisi. In queste pagine rivive il grande senso di inadeguatezza; la forza dell’odio, è l’unica cosa che rende Nino vivo e operativo, questo gli permette di esistere, un po’, di difendersi dai “nemici” e dalla disintegrazione più totale, dalla pazzia e dalla morte. Ad un certo punto legge una pagina ancora più cruda: “Vorrei portare un coltello a scuola e scannare tutti quegli stronzi in classe e anche quella puttana della professoressa”. Nino si è dimenato con tutte le sue forze; ha provato a protestare, a far valere le sue ragioni, ma non è servito a nulla; ha provato a mostrarsi buono e ad accondiscendere su tutto e a qualsiasi cosa, ma non è servito a nulla. Riguardo, proprio questo legge: “Devo subire e fare il buono per non essere lasciato solo, devo farlo, per tentare di bloccare i loro pensieri sul nascere e non dargli modo di esprimere parole di disprezzo e ridicolizzazione nei miei confronti”. Infine, ha provato, anche con Dio, gli ha dedicato preghiere giornaliere, si è affidato a lui, lo ha difeso prendendo le sue parti, nella speranza che con tutto il potere che ha, gli avrebbe dato una mano. Sul quaderno legge: “Sai che c’è caro Dio? Io sono pazzo ma non stupido! Vedo quelli che si comportano male, bestemmiano e nella vita vengono favoriti, le cose gli vanno sempre bene, sono tutti fidanzati, ed io che, passo metà delle mie giornate con te, a pregare e ad adorarti, mi ritrovo sempre attorniato dall’angoscia, dall’impotenza e dalla rabbia e sempre solo come un cane”. Dopo aver letto quest’altra grave pagina della sua vita, Nino, disteso sul letto fissa il soffitto, anche qui, quello che per noi è un semplice soffitto, per lui forse è un grosso ostacolo che gli impedisce di guardare il cielo e di raggiungere quel luogo dove vengono omologate “le palle edipiche” e dove si ricevere la “grazia di Dio”. Maledice chi lo ha costruito, chi ha frenato la sua corsa verso il mondo e pensa a come poter far saltare in alto quelle mura. Su quel letto, è in preda ai ricordi più drammatici. Ormai, immerso nelle parole scritte da lui tanti anni fa, rievoca un’altra immagine nera e dolorosa e inzuppata di solitudine: per un periodo è riuscito a legare, un po’ con un ragazzo, suo coetaneo, che si chiama Marco. Nino,
nei suoi rapporti, non riusciva a istaurare amicizie gioiose, come facevano
gli altri ragazzi, pretendeva di ricevere dall’amico tutto ciò che gli dava
lui: tanta devozione, amicizia e affetto e voleva altrettanto dall’amico.
Veniva, però, presto logorato dalle insufficienti attenzioni, sempre
gravemente inferiori a quelle che lui sentiva di riservare all’amico. Abbiamo appuntamento per vederci in via Tuscolana, alla fermata Numidio quadrato, alle quattro, si fanno le quattro e mezzo, le cinque, gli telefono e mi risponde: “Scusa mi ero dimenticato!”. Abbiamo appuntamento per vederci al solito bar, si presenta con un altro suo amico, seduto davanti, al posto mio. Penso: “Come? Noi è una vita che usciamo insieme, lui appena conosciuto, lo fa subito sedere al posto mio; questo non me lo doveva fare, è troppo!”. Leggendo
le parole scritte da lui, Nino sorride tra le lacrime, “consapevole” della
rabbia che ancora oggi non è scomparsa. Ripensa
a quei tempi e ai Analisi del casoSi è
raggiunta una sostanziale concordanza nella comunità scientifica
internazionale nel far risalire l’eziologia della malattia mentale (psicosi)
all’inadeguatezza delle prime esperienze del lattante e dell’infante. I
motivi dei disturbi mentali, possono annidarsi in maniera silente o
chiassosa, anche in qualche angolo genetico che, in questi delicati anni,
possono replicarsi, mettere o no radici, con più o meno facilità, a seconda
che “l’ambiente madre sufficientemente buona” (Winnicott, 1970), risponda in
maniera benefica o malefica, possono trovare campo libero e fertile o
incorrere in una forte resistenza e opposizione. La
figura dell’insegnante assume un ruolo di vitale importanza per quei
ragazzi, che come Nino hanno subito una situazione di abbandono. E’ un
riscatto da tentare e l’opportunità da giocarsi. Se il ragazzo riesce, infatti, a fondare e a fondersi in un gruppo alla pari, (gruppo dei fratelli, bande, gruppo religioso, gruppo politico, gruppo musicale…) ha buone possibilità di riuscire a recuperare esperienze capaci, finalmente, di dare un senso all’esistenza, di enucleare comunque, un proprio sé. Il senso di smarrimento di cui si soffre è curato con l’occupazione di uno spazio proprio sul territorio; la conquista di questo spazio, di questo sé, richiede la messa in atto di una sorta di stato di guerra, contro chi ne impedisce l’esistenza (madre, famiglia, scuola, amici, società), ed infatti viene conquistato con il sudore, con la forza e l’aggressività. Questi gruppi di cui parliamo, nascono come opposizione alla cultura di appartenenza, familiare, istituzionale, religiosa, scolastica…. I “fratelli” del gruppo si fondono, subordinandosi, solo per l’insurrezione, per portare a termine la missione ben precisa: fare fuori tutto ciò che ostacola la loro esistenza. L’angoscia e la paura del crollo psichico, della separazione e della morte, in una prima fase, viene quindi fronteggiata con l’arruolamento delle forze fisiche e aggressive e solo successivamente ci si avvale dell’ingegno. I ragazzi che giungono a questo bivio dove trovano l’indecifrabile segnaletica del percorso della vita, possono trovare una mano salvifica in figure parentali “valide”, adeguate a illuminare la strada migliore e a fornirgli gli indispensabili incentivi motivazionali. Facciamo, allora, ancora una volta tesoro degli insegnamenti di Winnicott, quando evidenzia l’utilità di figure parentali con esperienza di allevamento di figli, che possono fungere da aiuto alla giovane madre; nonché degli studi etologici che evidenziano la funzione adattiva e integrativa dei primati “integri” che possono fungere da esempio, dirigendo e aiutando gli altri. Seguendo
questa logica l’incontro con una persona “integra”, un insegnante, uno zio o
parente del ragazzo, capace di comprenderlo, ascoltarlo e di relazionarsi
anche empaticamente, può esercitare una restaurazione e riparazione di quei
“collegamenti difettosi”, per rafforzare, abbellire e arricchire e quindi
dare senso alla vita; intravedendo una via da percorrere, delle mete da
raggiungere e di conseguenza sentirsi adeguati, ed essere sorretti da un
“IO” forte, elastico e abbastanza in accordo con le altre istanze.
L’insegnante, in questi ultimi decenni, operando in un contesto dove regna
sempre più la deresponsabilizzazione, la criticità, la scarsa identità
condivisa, non riesce ad assolvere ai bisogni di contenimento e ad essere
“riparativa” nei confronti di ragazzi provenienti da esperienze di
deprivazione infantile.
Vittorio Mendicino -
info@psicologiaeterapia.it Copyright© 2005 tutti i diritti del presente articolo sono riservati. Bibliografia: |