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Articoli La timidezza- Psicologia Roma

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Articoli di psicologia e psicoterapia : La timidezza dello Psicologo Roma Vittorio Mendicino

La timidezza


(considerazioni psicologiche sulla timidezza)
Di Vittorio Mendicino

timidezza

Nel racconto del genitore che accompagna il figlio dallo psicologo, per chiedere aiuto su alcune anomalie o inadeguatezze del ragazzo, perché oramai sono diventate troppo evidenti e insostenibili, molto spesso compare un passo dove dice: quando era ragazzino andava tutto bene, era normalissimo, forse era solo un pò timido, era troppo sensibile, tendeva a stare in disparte , ma niente di più. Il genitore, per troppo tempo è incline a tradurre la timidezza del figlio come una personale manifestazione del carattere, talvolta come un indice di troppa sensibilità, di emotività, insomma come se si trattasse di qualcosa di positivo, ma che non viene bene apprezzato. Il genitore non riesce a cogliere il “rumore” di qualcosa che invece si sta rompendo, non si accorge che il figlio sta imboccando la via che può portarlo a vivere una vita da escluso e da timido. In realtà la timidezza del bambino può avere diversi esiti: scomparire spontaneamente tutta o in parte con la crescita, trasformarsi nel suo opposto (bullismo), alimentare l’inclinazione artistica e la dedizione professionale, ma può anche sfociare in disturbi psicopatologici veri e propri. Quando il bambino timido dovrà scendere sul campo del confronto, della competizione e dell’affermazione della propria specificità di genere, detta in altri termini dovrà affrontare l’Edipo, e quindi dovrà combattere, fare il “soldato”; si troverà a sopportare, trovandosi senza le specifiche “armi” che la nuova situazione evolutiva richiede, un peso più grande delle sue possibilità, sentirà che ne resterà schiacciato se non verrà soccorso e aiutato da i genitori o da uno psicologo competente. Un bambino, finchè e a carico dei genitori, per quello che è tenuto a svolgere, può vivere anche da timido, ma un uomo o un soldato da timido soccombe. Il genitore è complice e corresponsabile dell’evoluzione del figlio; si preoccupa di dotarlo, in aggiunta all’affetto, di tutte quelle “armi”: ”coraggio, fiducia, astuzia, intelligenza, tattica, artigli” che man mano gli occorreranno per superare le tappe e gli ostacoli lungo il corso evolutivo affinchè possa conquistare all’interno della comunità un suo ruolo e un posto per poter “banchettare”. La timidezza può essere una coloritura del carattere, ma può anche tradursi in una vera e propria malattia, secondo Cassano (1997) un italiano su dieci ne soffrirebbe. Occorre precisare che alla persona timida, nei casi più marcati, succede che anche il semplice entrare in un negozio può procurargli un forte imbarazzo costringendolo subito ad uscire senza comprare quello che avrebbe voluto; talvolta prima di entrare effettua dei sopralluoghi per provare se stesso, per vedere se può riuscirci, per studiare la situazione, per esaminare il livello di ansia che l’impresa gli potrebbe procurare . Nei rapporti con gli altri il timido spesso mostra eccessiva gentilezza, avviene per il timore di “toccare“ emotivamente l’altro e di generare risposte aggressive; sente, che nel caso, potrebbe rispondere solo in maniera feroce; potrebbe fuoriuscire la sua parte aggressiva accumulata e chiusa a “chiave” per paura dell’esilio sociale che ne potrebbe derivare; ha difficoltà a parlare se lo ascoltano più di due persone, mentre vi riesce facilmente nella conversazione duale, se avviene con persone fidate riesce a dialogare in maniera adeguata. La timidezza talvolta invade tutta la vita quotidiana, impedisce perfino di rispondere al telefono, di andare ad una cena di lavoro o a scuola, causa delle vere piccole invalidità.
Il malessere causato dalla timidezza fino a un certo limite viene negato, mescolato e integrato nella vita sociale e quotidiana, quando si ricorre a uno psicologo o psichiatra si è probabilmente superato il livello di tollerabilità ed è diventato disturbo di ansia generalizzato, fobia sociale o fobia semplice.
L’eziologia della timidezza può essere spiegata e correlata a molteplici modelli teorici derivati dalla psicoanalisi: a un deficit di dialogo fra il mondo interno e quello esterno; a una mancanza di armonizzazione fra l’Es, l’Io e il Super Io (Freud); a un cattivo rapporto fra l’individuo e il suo gruppo; a un deficit nel sistema di attaccamento (Bowlby); alla madre del ragazzo timido che intellettualizza troppo la primarie sofferenze del figlio; all’autorità del padre del ragazzo timido che giudica e non aiuta.
Esiste poi una quantità molto grande di persone che sono riuscite a vincere la timidezza realizzando una soddisfacente posizione professionale e sociale. Queste persone sono diventate “qualcuno” sono riuscite parzialmente a domare la timidezza, sono riuscite a non farsi sopraffare, a evitare che diventasse un disturbo psicopatologico; tuttavia sono persone che nonostante tutto, sostanzialmente vivono emotivamente ed affettivamente una vita povera e priva di rapporti significativi, queste persone possono avere amici di lavoro ma raramente amici di gioco, perfino con i figli e con i partner sono spesso contenuti e tiepidi o freddi.
La persona timida è costretta a pensare che l’amicizia è una pianta che può crescere soltanto nelle serre, in realtà l’amicizia è una pianta che può nascere ovunque.
Il lavoro psicoterapico deve rendere il campo in cui si vive capace di accogliere e far germogliare il seme dell’amicizia, trasforma un campo arido e ostile in un campo fertile e vivibile. Vale ricordare che l’obiettivo terapeutico della psicoanalisi deve essere definito come il completamento dei processi evolutivi interrotti. (Gedo 1979)

 

 

Data 14/03/2018  

    

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